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Domenica 29 Gennaio 2012 Le parole del presule
Il vescovo, Diego Coletti, è la massima autorità morale di Como. È un uomo di grande cultura, affabile e simpatico, ma senza dubbio di polso. Ha preso le redini della Diocesi cinque anni fa e lo ha fatto in modo deciso, attuando una sorta di spoil system, di ricambio totale nella gestione della Curia.
È senz’altro diverso dal suo predecessore. Sia nella visione “politica” della Chiesa (basti pensare al rapporto con l’Islam), sia nel modo di esternare il suo pensiero.
Alessandro Maggiolini aveva una relazione molto più diretta con i giornalisti, appariva spesso sulla stampa. E in modo energico, vigoroso, che lasciava sempre una traccia.
Coletti, invece, centellina i suoi interventi dedicati al territorio. Ieri è stato uno di quei momenti. Ed è stato duro. Ha fotografato, mettendoci così anche il “timbro” della Curia, una situazione già sotto gli occhi di tutti da tempo. Como è una città immobile, ha detto, che non collabora, vittima di divisioni innescate da un eccessivo individualismo della politica.
Non ci sono amore, coraggio e passione, ha aggiunto. E pur nel rispetto delle diversità culturali e politiche, è necessario recuperare il gusto di lavorare assieme.
Parole che fanno il paio con ciò che ha detto il presidente della Camera di Commercio Paolo De Santis, la scorsa settimana, riferendosi all’intero Paese: «Sfortunatamente, qui ciascuno pensa al proprio particolare. Inoltre, non c’è desiderio né ansia del nuovo. Si difende l’esistente, l’acquisito. C’è paura del futuro. Ogni cambiamento viene visto come potenzialmente negativo, quando invece dovrebbe essere percorso con speranza». Purtroppo questo male comasco ribadito ieri dal vescovo ha radici profonde, e ha portato via via il Lario a diventare una terra di nessuno, senza identità precise e probabilmente con uno sfaldamento morale che ha, più di altri aspetti, colpito monsignor Coletti.
Le elezioni alle porte vengono considerate dal presule lariano come elemento importante per una ricucitura del tessuto sociale, attraverso l’individuazione di intelligenze capaci non solo di guerreggiare ma anche di pensare al gioco di squadra.
In un momento di crisi così forte, dove la gente ha il terrore di non arrivare alla fine del mese e i posti di lavoro si sciolgono come neve al sole, si potrebbe supporre che il disamore verso la politica possa diventare ancora più marcato.
Pur essendo preoccupati, anzi pessimisti per il futuro economico dell’Italia, ci sentiamo di ribadire un flebile segnale di speranza per il Comasco. Forse perché siamo caduti molto, molto in basso, qualcosa di concreto si è messo in moto. Per ora sono soltanto segnali. Ma quel disinteresse delle “forze che contano” potrebbe trasformarsi in un momento di ribellione positiva. Chi si era allontanato con disgusto dalla politica sembra oggi dire: «Torniamo a occuparci della città». Il pullulare di possibili candidati e di liste lo testimonia. L’inaspettato fermento di poteri sani e categorie economiche lo conferma.
L’appello del vescovo Coletti “rischia” - forse - di non rimanere inascoltato.
mrapisarda@corrierecomo.it
Il vescovo, Diego Coletti, è la massima autorità morale di Como. È un uomo di grande cultura, affabile e simpatico, ma senza dubbio di polso. Ha preso le redini della Diocesi cinque anni fa e lo ha fatto in modo deciso, attuando una sorta di spoil system, di ricambio totale nella gestione della Curia.
È senz’altro diverso dal suo predecessore. Sia nella visione “politica” della Chiesa (basti pensare al rapporto con l’Islam), sia nel modo di esternare il suo pensiero.
Alessandro Maggiolini aveva una relazione molto più diretta con i giornalisti, appariva spesso sulla stampa. E in modo energico, vigoroso, che lasciava sempre una traccia.
Coletti, invece, centellina i suoi interventi dedicati al territorio. Ieri è stato uno di quei momenti. Ed è stato duro. Ha fotografato, mettendoci così anche il “timbro” della Curia, una situazione già sotto gli occhi di tutti da tempo. Como è una città immobile, ha detto, che non collabora, vittima di divisioni innescate da un eccessivo individualismo della politica.
Non ci sono amore, coraggio e passione, ha aggiunto. E pur nel rispetto delle diversità culturali e politiche, è necessario recuperare il gusto di lavorare assieme.
Parole che fanno il paio con ciò che ha detto il presidente della Camera di Commercio Paolo De Santis, la scorsa settimana, riferendosi all’intero Paese: «Sfortunatamente, qui ciascuno pensa al proprio particolare. Inoltre, non c’è desiderio né ansia del nuovo. Si difende l’esistente, l’acquisito. C’è paura del futuro. Ogni cambiamento viene visto come potenzialmente negativo, quando invece dovrebbe essere percorso con speranza». Purtroppo questo male comasco ribadito ieri dal vescovo ha radici profonde, e ha portato via via il Lario a diventare una terra di nessuno, senza identità precise e probabilmente con uno sfaldamento morale che ha, più di altri aspetti, colpito monsignor Coletti.
Le elezioni alle porte vengono considerate dal presule lariano come elemento importante per una ricucitura del tessuto sociale, attraverso l’individuazione di intelligenze capaci non solo di guerreggiare ma anche di pensare al gioco di squadra.
In un momento di crisi così forte, dove la gente ha il terrore di non arrivare alla fine del mese e i posti di lavoro si sciolgono come neve al sole, si potrebbe supporre che il disamore verso la politica possa diventare ancora più marcato.
Pur essendo preoccupati, anzi pessimisti per il futuro economico dell’Italia, ci sentiamo di ribadire un flebile segnale di speranza per il Comasco. Forse perché siamo caduti molto, molto in basso, qualcosa di concreto si è messo in moto. Per ora sono soltanto segnali. Ma quel disinteresse delle “forze che contano” potrebbe trasformarsi in un momento di ribellione positiva. Chi si era allontanato con disgusto dalla politica sembra oggi dire: «Torniamo a occuparci della città». Il pullulare di possibili candidati e di liste lo testimonia. L’inaspettato fermento di poteri sani e categorie economiche lo conferma.
L’appello del vescovo Coletti “rischia” - forse - di non rimanere inascoltato.
mrapisarda@corrierecomo.it

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